Corsa Maratone

La mia ventinovesima maratona: i dubbi, la fatica e la magia di Venezia

Di
Paolo Pagni
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26/10/2026

La mia ventinovesima maratona: i dubbi, la fatica e la magia di Venezia

Ci sono maratone che prepari con metodo, chilometro dopo chilometro. E poi ce ne sono altre che, quando arrivi alla partenza, ti fanno guardare dentro e chiederti se hai davvero fatto la scelta giusta.

La Maratona di Venezia è stata così: la mia ventinovesima, cominciata con poche certezze e tanti dubbi.

Sulle gambe avevo due mezze maratone, Pisa ed Empoli, e un lungo da 24 chilometri. Affrontare 42 chilometri con questa preparazione non è certo una scelta da consigliare. È una scelta un po’ folle. Ma forse, ogni tanto, nella vita serve anche una dose di follia: quella che ti spinge a uscire dai percorsi conosciuti e a provare, pur sapendo che la strada sarà dura.

La notte prima della gara è stata una notte di insonnia. Il letto era scomodo, la camera fredda e il sonno non arrivava. Alle cinque del mattino ero già sveglio, con la testa piena di pensieri e di possibili vie d’uscita. Mi era passato per la mente di considerare la gara un lungo da 32 chilometri per la prossima maratona. Pensavo anche alla possibilità di fermarmi al trentesimo: l’organizzazione mi avrebbe accompagnato all’arrivo, dove avrei recuperato lo zaino, ma mi sarei sentito sconfitto. Avevo messo insieme tutte queste ipotesi, cercando una risposta.

Poi mi sono detto: andiamo alla partenza e vediamo cosa succede.

La partenza era spettacolare. Ma sapevo che non potevo correre al passo di una mezza maratona, e neanche al mio passo abituale. Con pochi chilometri nelle gambe dovevo ascoltare il corpo, usare la testa e non chiedergli più di quello che poteva darmi. Così ho scelto un passo prudente, accettando che i primi chilometri fossero lenti e dolorosi.

Come faccio spesso, ho diviso la corsa in tappe: quattro blocchi da dieci chilometri. Un traguardo alla volta, senza guardare troppo lontano. Anche l’alimentazione doveva seguire un piano: un integratore di carboidrati ogni dieci chilometri, un po’ di banana a partire dal quindicesimo e sali minerali con molta cautela, perché non li conoscevo. Mai provare prodotti nuovi durante una gara.

Al ventesimo chilometro ero lento, lento come non mai, ma andava bene così. Mi facevano male le piante dei piedi e sentivo il dolore al piriforme, che mi porto dietro da anni. La fatica era lì, presente a ogni passo. Ma si andava avanti.

Al trentesimo chilometro mancavano dodici chilometri. Mi sono detto che era come fare il giro che percorro normalmente a Lucca, lungo il Serchio, passando dal Cerchio e rientrando sul giro basso delle Mura. Un percorso che conoscevo, che avevo già fatto e che potevo ritrovare con la mente anche mentre correvo a Venezia.

Al trentacinquesimo ne restavano sette: il giro che faccio quando vado a Lucca e ho poca voglia di correre. A cinque chilometri dalla fine mi sono detto che era come fare il giro basso delle Mura; a quattro, come affrontare il giro alto.

Quanto deve lavorare la testa per non pensare alla corsa e ai chilometri che restano! Se guardi soltanto la distanza che hai ancora davanti, ti viene voglia di fermarti. Allora cerchi somiglianze con percorsi che conosci, trasformi i chilometri in giri familiari e provi a convincere il cervello che ce la puoi fare. Un passo dopo l’altro, una strada conosciuta dentro una città nuova.

E infine sono arrivati gli ultimi tre chilometri: i quattordici ponti di Venezia. Ponti che sembrano non finire mai e che, uno dopo l’altro, ti spezzano le gambe. Eppure, quella volta, non mi hanno pesato più di tanto. C’era davvero tanta gente: il tifo, le voci, la voglia di accompagnarti — anzi, di spingerti con forza — fino al traguardo.

Gli ultimi chilometri, quando passi nel cuore di Venezia, sono uno spettacolo difficile da raccontare. La città ti entra dentro: nelle gambe stanche, nella testa che resiste, nel cuore che trova ancora la forza di andare avanti. È stata una maratona nel cuore, nella testa e nell’anima.

Durante la corsa, nei momenti più duri, la mente prova a farti mollare: Ma chi me lo fa fare? Non sono abituato a correre. Non sono nato per correre. Perché non vado in bicicletta? Poi continui. Passo dopo passo. E quando arrivi al traguardo, quei pensieri si cancellano e lasciano spazio all’orgoglio. Quasi subito, senza neanche accorgertene, cominci già a pensare alla prossima.

Sono orgoglioso di aver portato a termine la mia ventinovesima maratona. Il lungo, il lunghissimo, lo stralungo: fatto. Adesso guardiamo avanti.

E mai come questa volta ho capito quanto sia vero questo motto:

«La maratona si corre per 30 chilometri con le gambe, 10 con la testa, 2 con il cuore e 195 metri con le lacrime agli occhi.»

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Ciao! Sono Paolo
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Classe 1969. Cicloturista e Maratoneta per passione. CEO di cicloturismo.it, cicloturismo.com, gravel.it e granfondo.it . In questo blog vi racconterò le mie esperienze legate allo sport. Spazieremo dai viaggi in mountain bike in tutto il mondo agli eventi nazionali ed internazionali cui ho partecipato o organizzato.