Nous n’avons jamais commencé Nous nous sommes toujours aimés.

Luna Piena

 

Sabato notte sono uscito. Erano le 3:30 di mattina quando sono arrivato in centro. Avrò camminato 8 km, ormai sentivo i pantaloni attaccati alle gambe mentre il vento mi faceva la mano morta sulle guance sudate. Roma si era quasi tutta spogliata. In via dell’Arancio c’era solo una macchina; era targata Parigi. Una macchina nera e sfavillante sotto i riflessi del lampione, ma che dico, non era una macchina era una Porsche.
Io non saprò mai cosa mi sia accaduto sabato notte; erano anni e anni che non lo facevo. Nella vita c’è sempre un momento in cui si fugge dal proprio copione; un attimo che può durare un sempre, in cui s’interpreta la parte che qualcun altro ha scritto misteriosamente per noi. Non avevo la benché minima intenzione di rubare quella Porsche, eppure sentivo di farlo, dovevo farlo, qualcosa o qualcuno mi ordinava imperiosamente di farlo.
In via dell’Arancio c’è stato uno squarcio di fari, poi il balzo di una tigre, perchè avevo chiuso gli occhi e affondato il pedale.
Ho imboccato il Lungotevere in uno stato di assoluta incoscienza; quindi il viadotto di corso Francia, la Flaminia a 210, 220, 230 e l’autostrada per Napoli. Un bagliore come di uno sparo mi ha assalito alle spalle. Ho guardato nello specchio retrovisore: presidiava il cielo fratelli, nella sua divisa gialla d’ordinanza. Una luna gialla, inaudita, con due pistole di stelle; piena, da orgasmo, uno scandalo; una luna assoluta come me. Un folle, a velocità folle, su un’auto rubata targata Parigi. Di colpo una voce nell’abitacolo ha detto qualcosa in francese. Dal panico stavo per cappottarmi. Poi ho afferrato la voce imperiosamente gentile che chiedeva qualcosa come: “Monsieur Léon Bloy? Può darmi il suo codice d’accesso?”. Ho capito che doveva essere il centro dell’antifurto satellitare di Parigi. Dopo aver digitato il codice gentilmente scritto da “Monsiur Bloy” nel cruscotto, la tipa ha tirato su col naso impercettibilmente. Si è sentito lo scroscio del collegamento satellitare, un fruscio, una pausa.
“Mi perdoni Monsieur Bloy, abbiamo rafforzato le procedure di controllo visto che è in viaggio in Italia.” Ha aggiunto qualcosa sul nostro paese che mi ha fatto incazzare ma che è vera, e poi <>, un clic di chiusura, un led rosso si è spento, soltanto allora ho decelerato e ho letto un cartello con scritto “Pontecorvo 10 km”, così ho capito che qualcosa o qualcuno mi stava trascinando verso Sud, perché ero stato io a rubare quella macchina, io a imboccare la Flaminia, io a curvare per Napoli, era come se il cervello non mi avesse detto niente. E visto che fino a nuovo ordine ero legittimo proprietario di una Posche nera targata Parigi, ho allungato una mano sul sedile a fianco. C’era una copia di “Le Figaro”. L’ho aperta. Ho visto luccicare qualcosa; era una foto su cartoncino lucido. Ho acceso un faretto di cortesia, e l’ho vista.
Aveva un maglioncino rosso, a pelle, con il collo a “V”, le mani dietro la schiena. Un ritratto scattato a tre quarti. Era- come posso spiegarvelo?- era lei. Le verità assolute sono semplici. Lei era lei. Tutta la mia vicenda umana non avrebbe avuto senso se non avessi almeno contemplato il suo ritratto,una volta, ieri, anche se indubbiamente quello era il ritratto della fidanzata di Léon Bloy; di ********, la sua giovane amante italiana. Dietro la foto, infatti, c’erano tre parole semplici come un gesto di sfida dell’uomo solo che, una volta, afferrò il cielo con un gesto secco e gli dei gli concessero di ritrovarsi una piccola stella nel pugno chiuso. Le tre parole erano: “L’unica. Per L’unico”. Più in basso, dopo la firma ********, due versi in francese: “Nous n’avons jamais commencé/ Nous nous sommes toujours aimés.” (Noi non abbiamo cominciato mai./ Sempre ci siamo amati.) E a quel punto ho riso come ridono gli uccelli e poi ho pianto come piangono i bambini e i poeti, di un pianto inconsolabile perché l’amore è più forte della vita e della morte, e ci porta per mano in vie orribili e spericolate, di perdizione e incoscienza totali, fino a ricondurci nell’esatto punto in cui ci eravamo abbandonati, perché l’amore è più forte della vita e della morte.
In quel preciso momento mi sono trovato di fronte all’antica Reggia di Caserta, dove ho spento la Porsche di Monsieur Léon Bloy, appena in tempo per l’inizio dello spettacolo.
Sono trascorsi esattamente centodieci anni da quella notte di fine maggio. Francesco II di Borbone, “Franceschiello”, era appena morto in esilio a Parigi. Anni, ormai, che i piemontesi festeggiavano l’Italia unita a casa sua. Così la morte non impedì il gran ballo del 24 maggio 1894, questo, in cui ci siamo conosciuti. Ballo beffardo, in maschera, sulla faccia del Re vinto e cadavere; carnevale ritardato , finito in tragedia. Tu eri… Tu sei – il tempo non esiste, tesoro – la giovanissima moglie di un severo e anziano Grandufficiale dell’Ordine Militare di Savoia. E io una maschera. La maschera. Sempre io. Ricordi la fontana del Vanvitelli? <> Questo ti dissi, e ti chiamo ********, che non era il tuo primo nome e non sarà l’ultimo. Ma già sapevo chi eri ed ero perduto di te. Poi facesti il gesto che ci ha condannati. Tu giochi sempre poco, io troppo. Mi sfilasti la maschera. Soltanto dopo avermi visto gli occhi, mi hai baciato. Siamo fuggiti dalla festa, e attraverso una porticina siamo entrati nel Teatro della Reggia di Caserta. Ricordi? La miniatura del San Carlo di Napoli. Nel palco reale ci siamo tolti tutto, tu mi hai rimesso la maschera e abbiamo fatto l’amore.
Tuo marito ci ha scoperti. Ma dovrei dire che ci ha fatto ricoprire. Per te fu il disonore, per me la condanna capitale. Ma adesso non ricordiamo più queste situazioni tanto tristi e orribili, perché adesso, signora, tu sei la fidanzata del signor Léon Bloy al quale ho appena rubato una Porsche Carrera 4 targata Parigi. No, non quella in effetti gli ho rubato una cosa molto più preziosa: la tua immagine, la tua foto. Anche se il ladro in un certo senso era lui. Perché mi appartengono. Noi ci apparteniamo da sempre. E il nostro amore, dopo averci giudicato con maschere e senza, con un corpo e con un altro, oggi ha finalmente pronunziato la sentenza.
Io lo so che questa storia bislacca sembra non avere né capo né coda, ma vi assicuro che non è un riempitivo, o il frutto dei postumi di un’ubriacatura di rum assai male invecchiato. Questa è una storia d’amore così assoluta e sincera da sembrarvi falsa, perché se la verità inganna i protagonisti, figurarsi il pubblico.
Sulla scena delle guardie e dell’ufficiale nudo, in maschera, i riflettori del Palco Reale di Caserta si sono spenti e ho riacceso il motore. L’istinto che mi guidava mi ha ordinato di concludere, riportando la macchina nel posto esatto dove l’avevo rubata. A un distributore,a 10 km da Roma, ho rimboccato di carburante verde il serbatoio, e sotto lo schiaffo delle luci al neon dell’autogrill ho fatto un gesto che solo un demente o un bambino possono fare. Ho baciato la foto. Poi sul viadotto di via Francia, il disastro. Un posto di blocco della polizia. Il più anziano mi ha chiesto documenti e libretto e il giovane mi fissava tra l’incantato e il disgustato. Avevo gli occhi lucidi, e loro hanno scambiato il pianto per vino. Perché ho detto: <>. Ora, credo di sapere che esiste una legge non scritta, tra il cielo e la terra, tra il giorno e la notte, tra le pieghe che dividono la pesantezza della materia e la catena dei corpi umani, dalla leggera e divina sostanza dei sogni. E probabilmente domenica mattina all’alba ero molto, ma molto contagioso di cielo. Infatti il poliziotto più vecchio ha detto:<>. Qual è, ho pensato, il nome di una maschera? Ho fatto manovra e sono ritornato in centro a passo d’uomo. Roma si stava tutta vestendo ed era quasi pronta per uscire. Allora la mia bocca ha sussurrato:<< Signor Léon Bloy, proprietario di questa macchina ma non di questa ragazza. La deliziosa maschera che ha scritto “L’unica. Per l’Unico”, da questo preciso istante saprà che l’aveva scritta per me. Qualche rarissima volta accade che le poesie diventino fatti e i versi d’amore camminino per le strade. E i versi “Noi non abbiamo cominciato mai./ Sempre ci siamo amati”, lei e io adesso li abbiamo addosso come una denuncia, un segno indelebile, un marchio. Ecco, Monsieur Bloy, la Porche è posteggiata esattamente nel parcheggio dove l’ho trafugata quattr’ore. E ora, se permette, le sostituisco la copia del “Figaro” con il “Figaro” di oggi, che mi sono permesso di acquistarle. Forse lei non se ne era accorto ma la foto della nostra ******** era avvolta in una copia del “Figaro” del 1894, precisamente il giorno della morte di Maupassant, un vecchio amico mio e della sua fidanzata, anzi, me lo lasci dire, un “Bel Ami”. Mi permetta di consigliarle, monsieur, di scendere a precipizio e di darsela a gambe, anzi, in Porche. Io sono centodieci anni che non faccio altro che fuggire dalle mie esecuzioni e dalle mie morti. È ora che cominci anche lei, giacché i Grandi Ufficiali di Savoia – ricorda vero? – da queste parti e di questi tempi, non hanno il benché minimo potere. Grazie. Sono certo che in futuro avrà maggiore fortuna>>.
Detto questo ( come se qualcun altro lo dicesse in me e per me ) sono salito in quel piccolo e lussuoso hotel per stranieri delle parti di via dell’Arancio, e nel corridoio delle porte del terzo piano non ho fatto nessuna fatica a trovarti. Perché la stanza era quella dove il signor Léon Bloy, attraverso le ultimative vie del destino, aveva deciso di punto in bianco di fare le valigie e di tornarsene dalla sua signora Bloy a Parigi, cioè di uscire e di lasciare la porta accostata. Così sono entrato. Ho visto la tua foto addormentata nel letto bianco e sulla sedia il golfino rosso con la scollatura a “V”. Dopo averti sfiorato con le labbra ho dovuto tapparti la bocca perché essere baciati dalla maschera di uno sconosciuto produce, nelle giovani donne, una notevole dose di spavento. Il reso, signore e signori, soltanto per quest’unica e irripetibile occasione – vi chiedo scusa – ma sono affari miei.
E tuoi.
Dormito bene, tesoro?
Sono tornato.